Giuliana Giancano vince il Dojo Program con il cocktail Shibumi
giuliana giancano dojo program
La tappa finale del Dojo Program, percorso di formazione ideato da Stock Spirits con i brand di The House of Suntory, ha visto otto bartender confrontarsi a suon di cocktail e nozioni di cultura giapponese
Shibumi è una parola giapponese che si riferisce a una idea di bellezza semplice, raffinata, non appariscente. Giuliana Giancano, del Pout Purri Vintage Café di Torino, ha interpretato alla perfezione questa idea di eleganza raffinata durante la finale del Dojo Program. E ha vinto con un cocktail – un twist sul Moscow Mule, appunto denominato Shibumi – dall’estetica davvero raffinata e accompagnato da una presentazione top e da un food paring d’eccellenza, pensato per massimizzare il gusto del cocktail. Tutto riuscito alla perfezione, e la performance le è valsa il primo premio: un viaggio in Giappone.
Shibumi, il cocktail presentato in finale da Giuliana Giancano

La ricetta di Shibumi by Giuliana Giancano

Ingredienti

45 ml Haku Vodka al rafano
30 ml cordiale di kombu dashi, miso e shitake
60 ml Genmaicha (tè verde giapponese) e yuzu kosho (condimento giapponese)

Preparazione

Tecnica: carbonazione diretta
Bicchiere: highball

Food pairing

Cavolo viola fermentato e zenzero, servito su craker di riso nero e semi. Shitake saltati con salsa di soia su letto di alghe croccanti al miso, grattuggiata di rafano e yuzu kosho.

Full immersion nella cultura giapponese

La Kaizen Competition, andata in scena al Finger’s Garden di Milano, è stata l’ultimo passo del Dojo Program, un innovativo programma per i bartender firmato The House of Suntory, la casa artigiana giapponese conosciuta per la produzione di whisky e spirits di alta qualità. A idearlo è stato Stock Spirits Italia, produttore e importatore storico nel settore degli spirits. L’iniziativa è nata con l’intento di offrire un’opportunità unica per i barman di immergersi nell’arte autentica del bartending giapponese. Un percorso di scoperta che non si è limitato alla tecnica, ma esplora la filosofia profonda che da secoli anima i maestri giapponesi.

Giuliana Giancano all’opera durante la finale

Giuliana (per inciso, Senatrice del Drink Team di Bargiornale) ha prevalso su un gruppo di otto bartender che hanno partecipato alla finale. Il risultato della competizione, durante la quale i ragazzi dovevano presentare un twist su un classico assegnato loro all’inizio del programma, valeva per il 75% del risultato finale. Per il 25%, invece, ha pesato il “voto” preso in un test teorico finale su quanto appreso dai bartender durante la formazione sui prodotti. Altri punti aggiuntivi sono stati assegnati a chi aveva accumulato punteggio extra nelle attività delle tappe precedenti. In giuria, oltre a chi scrive per Bargiornale, c’erano Sossio Del Prete (Bar Manager di Rumore, a Milano, e BeefBar Global) e Francesco Basei, Area Manager di Stock Spirits.

Questi gli altri partecipanti alla finale, tutti molto coinvolti e determinati (in rigoroso ordine di apparizione durante la gara): César Araujo, bar manager del Bob di Milano; Vito Laselva, bar manager del Kanpai di Milano; Simone Sacco, bartender del Piano35 di Torino; Marco Caffù, bartender del Gallia di Milano; Alan Sozzi, bartender del The Seen di Roma; Vasyl Voloshchuk, head bartender dello Zuma di Roma; Michelangelo Pierluigi, bartender del St. Regis di Roma.
I bartender giunti al termine del percorso di formazione Dojo Program

Il percorso di formazione

Il percorso affrontato dai bartender è stato distribuito in quattro tappe tra Roma e Milano, e ha offerto ai bartender l’opportunità di perfezionare le proprie conoscenze dei prodotti The House of Suntory e della cultura e dei valori giapponesi. Lo stesso nomeDojo” nasce dalla composizione di due parole giapponesi, Do (via) e Jo (luogo), e indica il luogo in cui si apprende e si perfeziona un’arte. Il percorso di masterclass era partito con l’esplorazione del concetto di estetica, con Roku Gin e la sofisticata arte dell’Ikebana, tecnica della composizione floreale. Poi, il blending e il balance, dove il whisky Toki e la vodka Haku sono stati protagonisti di un incontro con l’arte culinaria giapponese alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra sapori, immergendosi nella preparazione di piatti tradizionali come il dashi e il sushi. Poi un viaggio nell’idea di ospitalità giapponese attraverso la cerimonia del tè seguita da una masterclass whisky Hibiki e una masterclass di Ice Carving, in cui i ragazzi hanno svolto una challenge sulle migliori forme create con il ghiaccio. A chiudere, la già citata competizione Kaizen – termine giapponese che unisce Kai (cambiamento) e Zen (migliore) e simboleggia l’evoluzione continua verso la perfezione – e una mini masterclass di Tsukuriwake, la serie di Whisky giapponesi The House Of Suntory.

Un sussurro che si fa ascoltare

Più che la perfezione, ha vinto il sussurro di Giuliana Giancano. «Shibumi è l’eleganza discreta e naturale, qualcosa che non grida, ma sussurra. Un concetto legato a una sofisticazione che non ha bisogno di apparire. Ha a che fare con il piacere silenzioso e pacato che nasce da qualcosa di semplice ma profondo – spiega Giancano a proposito del su cocktail -. In ambito gustativo, Shibumi può riferirsi a un sapore o a un’esperienza gustativa complessa e bilanciata, senza eccessi di dolcezza, acidità, sapidità o umami, ma che con eleganza li comprenda tutti». Missione compiuta.

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Cedri, erbe e bollicine: la collezione 2025 di Tassoni secondo l’erborista selvatico
Tassoni perugini
Graziano Perugini, master herbalist di Tassoni, racconta il lavoro di ricerca e sperimentazione che sta dietro le ultime nate, e non solo, della collezione di mixer per la miscelazione dello storico marchio

Eccoci qui, dopo 12 anni, a bordo di una piscina sui Navigli. Con noi c’è Graziano Perugini, l’erborista selvatico, il master herbalist di Tassoni. Per chi scrive, un vero signore delle erbe, in impeccabile abito verde. L’occasione è la presentazione della Collezione 2025 di Tassoni al nuovo The Sanctuary Milan di via Valenza. In mostra (e al bar) ci sono le nuove star Tassoni analcoliche – Cedrata Zero, il Pompelmo Soda La Biologica, la Limonata La Biologica – e le nuove tendenze della mixology, come lo Zebra Striping: il consumo alternato di bevande alcoliche e analcoliche. Un po’ come dire “un sorso sì e uno no”, ma con più stile e meno rimpianti il giorno dopo.

Sono passati tanti anni dall’ultima volta che ci siamo visti. Graziano, nel frattempo, ha continuato a lavorare tra i monti, immerso nelle erbe, nella ricerca e nella sperimentazione. Una passione, ma anche una scelta di vita.

In questi anni hai sviluppato diversi prodotti. Quali sono stati i passaggi più importanti?

«Il primo grande passo è stato nel 2014 creando le prime importanti novità di casa Tassoni, tra cui il Mirto in Fiore e il Fiore di Sambuco, quest’ultimo tuttora in produzione. All’epoca, con la vecchia proprietà di Tassoni, avevamo osato con una bibita ai fiori di sambuco, proponendo gusti insoliti come pesca e mandorla. Quando il Gruppo Lunelli (di cui fa già parte Ferrari Trento e altri brand del Made in Italy) ha acquisito l’azienda, ho sviluppato un’altra tonica, stavolta specificamente pensata per la miscelazione. La mia prima tonica, invece, l’avevo creata senza consultare bartender: era semplicemente quella che piaceva a me, senza chinino, con il quassio. Oggi si chiama Tonica Agrumi Mediterranei ed è ancora in produzione. Con il Gruppo Lunelli abbiamo iniziato a progettare una tonica in parallelo con un gin, Gin Superfine al Cedro Diamante, per garantire un perfetto equilibrio in miscelazione. Poi sono arrivate le due ginger: Ginger Ale e Ginger Beer, una Soda Water, che è stata la più semplice da realizzare. Infine, le ultime due nate: Pompelmo Soda La Biologica e Limonata La Biologica».

Creare un prodotto adatto alla mixology è molto diverso dal produrre una semplice bibita. Quali sono le regole fondamentali che segui?

«Sì, è molto diverso, perché quando sviluppi un mixer devi già immaginartelo miscelato. In fase di assaggio, spesso nemmeno lo proviamo liscio. Certo, all’inizio lo degusto puro per comprenderne le caratteristiche, ma il vero test è in miscelazione. Per esempio, quando creiamo una tonica, prepariamo innumerevoli Gin&Tonic fino a ottenere l’abbinamento perfetto. Le toniche, la soda al pompelmo rosa, sono pensate per specifici tipi di gin o tequila, ma devono anche essere versatili. Se non conosciamo quale spirit verrà usato, cerchiamo un equilibrio che funzioni con la maggior parte dei distillati. Un aspetto cruciale è la bolla: la carbonatazione è essenziale nella miscelazione, perché può esaltare o smorzare gli aromi. Anche il contenuto zuccherino gioca un ruolo chiave. All’inizio puntavamo sempre a ridurre lo zucchero il più possibile, ma in mixology non è così semplice: una bibita troppo leggera rischia di perdere carattere una volta miscelata. Lo zucchero non dà solo dolcezza, ma struttura e armonia agli aromi. Per il Pompelmo Soda La Biologica, ad esempio, abbiamo usato nettare d’agave per bilanciare la dolcezza».

E per la Cedrata Zero? Come siete riusciti a ottenere un prodotto senza zucchero che mantenesse la stessa piacevolezza?

«La Cedrata Zero è stata una vera sfida. Ci abbiamo lavorato per anni. Ho sperimentato a lungo. Abbiamo dovuto intensificare l’aroma del pregiato Cedro Diamante, aumentandolo del 30-40% per coprire eventuali retrogusti. Inoltre, abbiamo aggiunto pectine di limone, che hanno dato corpo alla bevanda, compensando l’assenza di zucchero. Il risultato finale è stato un prodotto che mantiene il carattere della Cedrata originale, ma senza zucchero e senza calorie».

Un lungo percorso di ricerca, che continua ancora oggi. Grazie Graziano!

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Terrazza Aperol tinge Milano di arancione
Terrazza Aperol Milano apertura
Riapre il locale con vista Duomo dopo il restyling diretto da Vudafieri Severino Partners. Proposta food curata da Samuele Silvestri, in carta la novità Chateau Miraval, i vini di Brad Pitt, nuova esclusiva Campari per l’Italia

Arancione, colorato, allegro, conviviale: è la nuova Terrazza Aperol, il locale nel cuore di Milano situato al secondo piano del Mercato del Duomo, completamente rinnovato dallo studio Vudafieri-Saverino Partners.

Un locale vocato all’aperitivo – non poteva essere diversamente- che mette insieme Venezia, capitale della regione dove sono nati Aperol e l’Aperol Spritz, e Milano, la Belle Epoque dei manifesti di Depero e lo stile contemporaneo delle illustrazioni firmate dall’artista Vahram Muratyan che interpretano i luoghi iconici milanesi.

«Il concept – racconta Tiziano Vudafieri dello studio Vudafieri Severino Partners – parla di connessione, condivisione, felicità. Abbiamo voluto creare un luogo dove le persone possano stare in tranquillità, lasciando i pensieri fuori dalla porta per un paio d’ore. Come per ogni locale, l’abbiamo progettato pensando alle relazioni: quelle tra chi viene e non si conosce, ma anche tra chi viene e chi ci lavora. Per questo abbiamo pensato a un banco più basso rispetto allo standard, in modo da rendere più facile l’interazione tra chi è dietro al banco e il cliente.

Un “cicheti tour” lungo lo Stivale

La proposta food, curata dall’executive chef di Terrazza Aperol Venezia Samuele Silvestri, gioca sul concetto veneziano di cicheto ma reinterpretato con una visione allargata: «Abbiamo pensato al frequentatore di questo locale – spiega lo chef – sia italiano che straniero, studiando per lui un percorso gustativo che comprenda le icone della nostra cucina. Una sorta di viaggio nei simboli culinari dell’Italia, che parte da Venezia con il baccalà, passa da Napoli con la mozzarella di bufala e arriva a Milano con i mondeghili. Abbiamo pensato al cibo come a un facilitatore della convivialità e dell’aperitivo: si assaggia e ci si scambia impressioni e ricordi sulla base di quello che si mette in bocca».

Tanto Spritz e… un po’ di Brad Pitt

Nella proposta beverage un ruolo centrale è dato naturalmente dall’Aperol Spritz, aperitivo campione di incassi cui il locale è in qualche modo dedicato.

Ma non manca una chicca: lo Champagne Fleur de Miraval, rosé conosciuto come il vino di Brad Pitt, di cui Campari ha recentemente ottenuto la commercializzazione esclusiva anche per l’Italia, dopo Stati Uniti e Francia.

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Hampden 1753, la nuova perla nata in Giamaica
HAMPDEN 1753
Complesso e dal ricco profilo aromatico, il nuovo nato, distribuito come tutta la gamma da Velier, celebra i quasi tre secoli di storia della leggendaria distilleria giamaicana. Facendo da introduzione al suo universo aromatico

Complesso e dal profilo aromatico estremamente ricco: si presenta con tutti gli elementi distintivi dello stile della distilleria nella quale ha preso vita Hampden 1753, il nuovo Pure single rum di Hampden Estate. E dello stile e della storia della distilleria giamaicana, una delle più antiche al mondo ancora in attività, la nuova release è una vera e propria celebrazione, come sottolinea già il nome, con la presenza del numero 1753 che rimanda all’anno di fondazione.

Una storia lunga quasi tre secoli, fatta di tradizione artigianale e di grandi rum, a lungo rimasti un tesoro nascosto. Situata nella regione di Trelawny, nella zona nord-occidentale della Giamaica, considerata la “Grand cru” dei rum giamaicani, Hampden Estate per oltre due secoli e mezzo ha infatti commercializzato i suoi distillati esclusivamente in bulk, destinati alla composizione di blend e di aromi. La svolta è arrivata nel 2018, quando è nata la collaborazione con Velier, con Luca Gargano, patron dell’azienda che si è assicurata la distribuzione dei prodotti in esclusiva per l’Italia, che ha convinto la famiglia Hussey, proprietaria dal 2009 della distilleria, a imbottigliare i distillati come Single rum da offrire direttamente al pubblico.

Una tradizione secolare

Tutti i rum Hampden sono frutto di un meticoloso processo di produzione, tramandato di generazione in generazione, applicato a materie prima di primissima qualità, senza uso di zuccheri o coloranti aggiunti. La materia prima è la melassa che giunge dallo zuccherificio di Long Pond, mentre l’acqua utilizzata per diluirla è quella purissima che sgorga da una sorgente situata a breve distanza dalla distilleria, nel cuore della Cockpit Country. La fermentazione spontanea avviene per opera di lieviti naturali indigeni, che lavorano per periodi molto lunghi, generando quegli esteri responsabili della caratteristica carica aromatica finale dei distillati della casa.

Processo che prevede poi una distillazione della durata di circa 7 ore in sei alambicchi discontinui double retort in rame provenienti da tutti gli angoli del mondo e, quindi, l’invecchiamento nei due magazzini della distilleria, ai quali a breve se ne aggiungerà un terzo, nel clima tropicale della Giamaica.

Intenso elegante, complesso

Da questo accurato processo è nato anche Hampden 1753 (alc 46% in vol), prodotto in small batch e invecchiato 3 anni in botti ex Bourbon. La nuova release conquista il naso con la sua elegante e intensa ricchezza aromatica, dominata dalle note di frutta tropicale matura accompagnate da delicati sentori affumicati e accenti floreali. Al palato è intenso e rotondo e si presenta con un‘esplosione di note di frutta tropicale matura, con sentori di spezie e noci, sostenuti da un tocco fresco e vegetale, per chiudere con un finale lungo e cangiante, dai delicati richiami floreali seguiti da sfumature erbacee e leggermente saline. La freschezza agrumata, tra il limone e il pompelmo, aggiunge vivacità, mentre le note di spezie dolci e frutta a polpa bianca rendono il profilo gustativo ancora più complesso e ricercato.

Autentica espressione dello stile di Hampden, il nuovo arrivato entra a far parte della gamma principale degli imbottigliamenti ufficiali, assieme all’Hampden Aged 8 Years e all’Hclf Classic Overproof, facendo da introduzione all’universo aromatico della distilleria della quale mostra in maniera completa le diverse sfumature di sapore.

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