Dazi Usa: quali conseguenze per l’industria food&beverage italiana?

“Tanto tuonò che piovve”, recita il vecchio adagio. E alla fine la pioggia è arrivata davvero, sotto forma dei nuovi dazi Usa, ovvero le imposte che colpiscono i beni importati negli Stati Uniti. Ad annunciarli il presidente americano Donald Trump nell’attesa conferenza stampa dal Rose Garden della Casa Bianca.
L’ordine esecutivo, con effetto immediato (per la precisione dalle 6 ore italiane), firmato da Trump prevede un aggravio del 20% sui prodotti provenienti dall’Unione europea nel momento in cui approdano alle dogane Usa, ma ce n’è per tutti: i dazi sono pari al 34% per i beni in arrivo dalla Cina, al 10% per il Regno Unito, al 31% per la Svizzera, 24% per il Giappone, 26% per Cina e India, 25% per la Corea del Sud, 32% per l’Indonesia, 49% per la Cambogia, 32% per Taiwan, 36% per la Thailandia.
I dazi Usa rischiano di scatenare una guerra commerciale con effetti pesanti sull’economia mondiale, che già non gode di buona salute. Per quanto riguarda l’Europa, tra i Paesi più esposti alla stretta commerciale varata da Washington, c’è l’Italia, insieme alla Germania.
Colpite le eccellenze italiane
Il nostro Paese, secondo esportatore dell’Unione, realizza oltre il 10% delle sue vendite all’estero proprio negli Usa, per un valore complessivo superiore ai 64 miliardi di euro. Tra i settori più penalizzati il comparto food&beverage, una delle eccellenze del made in Italy. Basti pensare che, secondo i dati dl Centro studi Confindustria, le esportazioni verso gli Stati Uniti rappresentano il 39% del totale dell’export del settore delle bevande nei Paesi fuori dall’Unione.
In prima fila tra i prodotti simbolo del tricolore più colpiti vini, spumanti, il “mitico” prosecco, spirit, distillati e birra, ma anche olio d’oliva, formaggi, salumi, pomodoro trasformato, pasta e prodotti da forno, con il comparto agroalimentare, il cui export negli Usa vale 7,8 miliardi, che nel suo complesso rischia una perdita delle esportazioni che sempre il Centro studi Confindustria ha stimato tra il 13,5 e il 16,4%.
Particolari preoccupazioni le nuove misure hanno generato nel mondo del vino, comparto che, insieme a quello di spirit e aceti, vale oltre 2 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti, pesando per il 25% sul totale, coinvolge 40.000 imprese e più di 450.000 lavoratori lungo l’intera filiera.
«La decisione di applicare dazi alle esportazioni europee negli Stati Uniti rappresenta un danno gravissimo per il nostro settore e un attacco diretto al libero mercato», ha commentato Micaela Pallini, presidente di Federvini. «Ci siamo già passati e sappiamo bene quanto possa costare: in passato queste misure ci hanno portato a perdere fino al 50% delle esportazioni verso gli Usa – ha proseguito la presidente dell’associazione confindustriale -. Ora rischiamo di rivivere quel trauma economico, con ripercussioni pesantissime su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, fino al consumatore finale. Serve ora più che mai compattezza e determinazione da parte delle nostre istituzioni per contenere gli effetti devastanti di queste misure inutilmente protezionistiche e antistoriche».
Una guerra commerciale da scongiurare
La decisione di Trump apre scenari preoccupanti per il settore food&beverage e, più in generale, per l’economia italiana, con effetti che possono andare a penalizzare anche i settori più a valle, fuoricasa compreso. L’incremento dei prezzi dei prodotti provenienti dall’Italia, che colpisce anche altri comparti di punta dell’industria nazionale, come l’auto, il farmaceutico, la moda, l’arredamento, lascia prevedere che gli importatori americani rinuncino almeno a una parte degli acquisti per contenere i costi. Ma non solo, perché altre perdite di export si potrebbero registrare anche verso gli altri Paesi impattati di dazi americani, con contraccolpi ancor più pesanti per la nostra economia, frenando la crescita del Pil, già esangue, e portando a una riduzione dei posti di lavoro.
Meno ricchezza che si traduce in meno soldi nelle tasche degli italiani, già messe a dura prova dai prezzi energetici, che restano alti, e dall’inflazione, riducendone la capacità di spesa, con conseguenze che possono riflettersi anche sui consumi nel fuoricasa.
Scongiurare un simile scenario è compito della diplomazia europea, che sta preparando le contromosse, con la speranza di scongiurare una guerra commerciale che avrebbe come unico risultato finirebbe con il penalizzare entrambe le sponde dell’Atlantico.
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